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metà del 1800, accadde per la figura di Ste-
                  fano Pelloni.
                  Nato nel 1824 in una borgata nei pressi di Ba-
                  gnacavallo, Stefano Pelloni “Stuvanen d’e Pas-
                  sador” era, come lascia intendere l’appellati-
                  vo, figlio di un traghettatore sul fiume Lamo-
                  ne e di Maria Francesca Errani che, ironia della
                  sorte, portava fra i cognomi di famiglia quello
                  di Malandrì. Ella tentò di indirizzare il figlio agli
                  studi con la speranza di vederlo frequentare il
                  Seminario e diventare sacerdote.
                  Non avvenne nulla di tutto ciò e il ragazzo a
                  tredici anni si unì a compagnie poco racco-
                  mandabili, con le quali, dopo alcuni anni for-
                  mò una vera e propria banda dedita ad atti di
                  delinquenza, divenendone il capo.
                  Dei suoi compagni di ventura ci piace ricorda-
                  re alcuni soprannomi, quelli che la Romagna
                  è così fantasiosa e arguta nell’attribuire alle
                  persone: Giazzol (Tasselli Giuseppe, Mattiaz-
                  za (Babini Luigi), Teggione (Montini Tomma-
                  so), Anguillone (Scheda Felice) e così via. Ne-
                  gli anni la banda al suo completo era costitu-
                  ita da circa 35 elementi, alcuni dei quali, fe-
                  delissimi al Passatore fin da ragazzi. Il mito
                  che avvolgeva il loro capo era alimentato non   La barca del Passatore sul fiume Lamone
                  solo dal terrore che seminava nelle contrade,
                  ma anche enfatizzato positivamente da giu-  Boccaleone nei confronti della diligenza pon-
                  dizi tanto lusinghieri quanto astratti e idea-  tificia, ma la più spettacolare e forse anche la
                  listici come quello che Garibaldi, dopo esse-  più redditizia delle sue imprese, quella che più
                  re sfuggito alle guardie austriache e pontificie  di altre è passata alla storia, avvenne la not-
                  proprio nei territori romagnoli e toscani, scri-  te del 25 gennaio del 1851, con l’irruzione dei
                  ve nel 1850 dall’America che “...le notizie del  briganti nel Teatro Comunale di Forlimpopoli.
                  Passatore sono stupende…” e “...quel bravo  Qui, dopo aver reso inermi le guardie della cit-
                  italiano non paventa di sfidare i dominatori”.  tà, i banditi guadagnarono l’entrata nel tea-
                  Anche le ricompense elargite a chi, sfidando  tro, dove il pubblico, costituito prevalente-
                  la legge, lo ospitava offrendogli nascondigli o  mente dai maggiorenti del luogo già gremi-
                  i denari lasciati a donne compiacenti corrobo-  va palchi e platea. Al sollevarsi del sipario, con
                  rarono la sua fama di colui che “rubava ai ric-  terrificante sorpresa, le signore ingioiellate in
                  chi per dare ai poveri”.                    abito da sera e gli uomini elegantemente ve-
                  Le scorribande della banda del Passato-     stiti si trovarono innanzi la banda del Passa-
                  re avevano terrorizzato con ruberie, stupri e  tore ad armi puntate.
                  violenza la maggior parte delle cittadine di  Grazie all’ausilio di un prete, tale Don Valgi-
                  Romagna: Cotignola, Brisighella, Faenza, For-  migli, che affiancava la Banda, fu redatto un
                  lì, solo per fare qualche esempio. Vi furono  elenco nominale del pubblico, in tal modo gli
                  assalti alle diligenze, come quello avvenuto a  astanti furono chiamati uno ad uno e obbli-




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