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Le città di Trento e Rovereto (esempio rarissimo in un paese dove la storia si è consolidata
attraverso fortissime autonomie comunali), hanno trovato ragioni e interessi per costru-
ire e gestire in comune una nuova realtà, quella di un Museo d’Arte Moderna e Contem-
poranea. Un evento eccezionale nel panorama architettonico italiano dove gli spazi espo-
sitivi sono stati, nella maggior parte dei casi, realizzati attraverso il recupero, per la veri-
tà talvolta anche brillante, fra le mura monumentali di palazzi e residenze all’interno dei
tessuti storici.
Come sempre, è stato il concorrere di più circostanze a favorire questa situazione politi-
co-culturale che ha trovato nella istituzione della Provincia autonoma trentina il mandan-
te principale di quest’iniziativa oltre ovviamente al ruolo fondamentale del MART stesso.
Per l’architetto il percorso progettuale che si è snodato lungo un arco di tempo di oltre tre-
dici anni è stato anche un viaggio attraverso slanci e timori che si sono succeduti con il
mutare continuo di sindaci, amministrazioni e istituzioni.
L’itinerario per la costruzione di una struttura pubblica diviene inevitabilmente un percorso
trasversale all’interno della storia sociale della comunità che lo promuove.
Con lo snodarsi di questo processo è emerso con grande chiarezza come l’opera architet-
tonica rappresenti sempre uno specchio fedele e impietoso della realtà storica e di come
attraverso una nuova speranza (quella del progetto architettonico) sia possibile superare
divisioni ideologiche e interessi di parte.
Il progetto quando riesce a sfociare in realizzazione diviene fulcro di una nuova realtà so-
ciale che sposta e modifica i primitivi equilibri culturali. Un’analoga trasformazione avvie-
ne anche per i fatti architettonici e urbanistici che nel contesto territoriale trasformano gli
equilibri presenti (dopo assestamenti e assopimenti durati interi decenni) e ripropongono
inedite interpretazioni negli spazi della memoria.
È il caso del tessuto urbano che ruota attorno a Corso Bettini a Rovereto dove il MART
svolge ora nuovi ruoli nella città, che sostituiscono quelli della testimonianza storica esi-
stente in precedenza.
È il nuovo MART, infatti, che predispone inedite organizzazioni spaziali che risuonano
complementari a quelle esistenti.
La complicità dei linguaggi (quello della storia e quello contemporaneo) sono come due po-
li, positivo-negativo, di un elettrodo che ha la sua ragione di esistere nel vincolo di reci-
procità.
Il plusvalore che ne deriva, rispetto alla misura della pura componente funzionale o tecni-
ca, risulta evocativo di nuove interpretazioni simboliche o metaforiche.
La costruzione dello spazio di vita dell’uomo è un continuo trasformarsi di segni e di situa-
zioni ambientali dove i modi di essere della vita contemporanea ammiccano e dipendono
dalla memoria e dal passato.
La nuova realizzazione architettonica relazionata con cura ai valori preesistenti consoli-
da la stratificazione del tessuto urbano che è caratteristica primaria della nostra storia.
È questa la ricchezza delle città europee. La costruzione del MART di Rovereto lo può con-
fermare.
Mario Botta
ottobre 2002
Riferimento bibliografico:
Il mio Mart, dove lo spazio si fa luce, «Luoghi dell’Infinito», 61, 2003, pp. 58-61; pubblicato inoltre (Mart a Rove-
reto) in Mario Botta, Quasi un diario, Frammenti intorno all’architettura, Atelier - collana diretta da S. Crespi, Ca-
sa Editrice Le Lettere, Firenze maggio 2003 [ristampa 2004], pp. 240-241.
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