Page 7 - x web_Inarcassa 1_2021
P. 7
editoriale
Giuseppe Santoro
Italia può vantarsi di avere a disposizione un esercito di archi-
tetti e ingegneri liberi professionisti, pronti a mettere compe-
L’tenze e talento al servizio di una nuova era. Ben vengano allo-
ra tutte le ipotesi di alleggerimento delle attività delle pubbliche am-
Serriamo ministrazioni. Ben vengano le nuove assunzioni di tecnici nella P.A.,
con la consapevolezza che dovranno programmare e controllare la ri-
costruzione del nostro Paese, dopo la pandemia. Chi progetta, chi di-
i ranghi rige i lavori – però – è il libero professionista e su questo non posso-
no esserci dubbi. Ora spetta a tutti noi, ingegneri ed architetti italia-
ni fare per difendere e potenziare il nostro ruolo.
Da troppo tempo Inarcassa, così come le sue consorelle, è stata
chiamata a colmare le lacune nelle tutele della libera professione.
Ma Inarcassa non è lo Stato. Inarcassa siamo noi, 170.000 iscritti, che con i nostri contributi cerchiamo, in-
sieme a medici, avvocati, commercialisti, notai, biologi e consulenti del lavoro – solo per citarne alcuni – di
ottemperare a quanto lo Stato non è riuscito sinora a fare.
Ognuno ha fatto la sua parte. Anche noi. Adottando importanti misure di welfare per contrastare gli impat-
ti sociali ed economici connessi alla diffusione pandemica: dal posticipo delle scadenze contributive alle
agevolazioni, ai sussidi, all’assistenza, agli indennizzi in caso di contagio e ai finanziamenti. Non era mai
stata messa in campo, da un ente di previdenza, un’attività che coinvolgesse oltre 14.000 liberi professio-
nisti, a cui è stata offerta la possibilità di disporre di 300 milioni di euro per ripartire, con tutti gli interes-
si pagati da Inarcassa. Una cifra non indifferente per chi, come noi, è costantemente sotto i riflettori del-
la vigilanza ed è assoggettato alle regole stringenti della sostenibilità. E proprio nel 2020 abbiamo conse-
guito un risultato di bilancio di 485 milioni di euro, sull’impegno e la forza di chi ancora ci crede. Un avan-
zo economico che, non posso non ripeterlo per l’ennesima volta, andrà a garantire il futuro pensionistico
delle nostre categorie.
Nell’esercizio del ruolo sussidiario che ci è proprio, abbiamo anche finanziato, in termini di anticipazioni, i
sostegni attivati dallo Stato ma, al tempo stesso, siamo convinti della necessità di superare l’ottica emer-
genziale in favore di una visione sistemica, orientata allo sviluppo sostenibile del Paese, così come ricordato
dal presidente Draghi, come gli investimenti nella ricerca, nel capitale umano, nelle infrastrutture. Preferia-
mo il debito produttivo dell’investimento a quello improduttivo del sussidio fine a sé stesso.
Non dimentichiamo che i soldi del recovery fund per i due terzi si trasformeranno in debito pubblico, che per
noi ha già raggiunto 2.650 miliardi di euro. Un debito che non siamo sicuri di poterci permettere e che certa-
mente ricadrà sulle spalle dei nostri figli. Questo ha un valore che andrà quotato.
In un’epoca complessa, sono molti quelli che richiamano la necessità di un patto per la ripartenza, perché
– come avvenne nel secondo dopoguerra – il Paese ha bisogno di tutto: lavoro, sicurezza e, senza ombra di
dubbio, un impegno comune per ricucire il rapporto di fiducia reciproca fra politica e dirigenza, fra capi e col-
laboratori, fra Pubblica Amministrazione e professionisti, in favore di una vera semplificazione di percorsi e
regole sotto l’egida della lealtà e della trasparenza.
Davvero vogliamo ripartire? Allora dobbiamo serrare i ranghi, con unità d’intenti e coesione. Non possiamo
più immaginare un Paese frantumato in aree geografiche e poli d’interesse. Nord, centro e sud devono, oggi
più che mai, entrare nel mondo dei ricordi superando barriere culturali vecchie e certamente poco produtti-
ve. Servono unità ed unitarietà. Come l’Italia è una e indivisibile, così deve essere la nostra Cassa di previ-
denza. Così sarà per l’oggi, se vorremo guardare al domani. <
5

