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                                                              so degli anni Trenta, quando importanti com-
                                                              mittenze hanno dato vita a progetti imponen-
                                                              ti a scala urbana, come la Scuola di Matema-
                                                              tica di Roma, 1934, o i due Palazzi Monteca-
                                                              tini a Milano, del 1936 e del 1951. La relazio-
                                                              ne osmotica tra architettura e natura è esplo-
                                                              rata in Abitare la Natura, dove trovano posto i
                                                              progetti realizzati lungo le coste del Mediter-
                                                              raneo (Villa Marchesano a Bordighera, 1938,
                                                              l’Hotel  Parco  dei  Principi  di  Sorrento,  1959)
                                                              per arrivare a progetti più organici e quasi in-
                                                              timi, come la casa detta Scarabeo sotto la fo-
                                                              glia e la villa per Daniel Koo in California. Si ar-
                                                              riva poi agli edifici più noti – documentati nel-
                                                              la sezione Architettura della superficie – che
                                                              sono  espressione compiuta di  un pensiero
                                                              progettuale che ragiona per piani piuttosto
                                                              che per volumi, dove le facciate diventano su-
                                                              perfici bidimensionali da bucare e piegare co-
                                                              me fogli di carta. Tra questi, la notissima Vil-
                                                              la Planchart a Caracas (1953-1957) o l’Istituto
                                                              italiano di cultura di Stoccolma del 1958, lavori
                                                              che attestano anche la caratura internaziona-
                                                              le ormai raggiunta dall’opera di Ponti.
                                                              Leggerezza e smaterializzazione degli alzati
                                                              caratterizzano la sezione Facciate leggere, con
                                                              la Concattedrale di Taranto (1970), il Grande
                                                              magazzino de Bijenkorf a Eindhoven, i Palaz-
                                                              zi per i Ministeri di Islamabad. La mostra si
                                                              chiude con quella stessa suggestione inedi-
                                                              ta con cui si è aperta, ossia la città pontiana,
                                                              fatta di grattacieli che si sviluppano in altezza
                                                              e riducono l’occupazione di suolo per lascia-
                                                              re spazio al verde. Questa immagine emer-
                                                              ge con forza nelle sezioni Apparizioni di gratta-
                                                              cieli e Lo Spettacolo delle Città, ospitate proprio
                  Gio Ponti. Amare l’architettura. Foto © Musacchio, Ianniello & Pa-
                  squalini, courtesy Fondazione MAXXI         laddove il MAXXI di Zaha Hadid più si riavvici-
                                                              na alla sua città, ovvero a ridosso della gran-
                                                              de vetrata che chiude la Galleria 5 del Museo
                  na: le prime domus tipiche milanesi, i proget-  per aprirsi verso il panorama della Roma del
                  ti per La casa adatta esposti a Eurdomus nel  Novecento. Accanto ai grattacieli e  alla cit-
                  1970 e, soprattutto, la sintesi di tante rifles-  tà, a dimostrazione di un pensiero che spazia
                  sioni portate avanti nel tempo dall’architet-  senza soluzione di continuità dal contesto ur-
                  to: il suo appartamento in via Dezza a Milano.  bano all’ambiente domestico, si trova la rea-
                  Il percorso continua con un focus sui classi-  ding room, che richiama l’interno della casa in
                  cismi progettuali che Ponti ha avuto nel cor-  via Dezza, con la riproduzione del pavimento




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